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Mio papà ha comprato il computer!

Dalla tombola in Visual Basic all'AI: quello che creiamo è ancora farina del nostro sacco?

"Mio papà ha comprato il computer!" in lettere bianche a pixel su un vecchio schermo a tubo catodico

Avevo 8 anni quando mio padre portò a casa il nostro primo computer.

Arrivò alle 11 di sera, appena smontato dal secondo turno. Sapevamo che sarebbe tornato con il nuovo giocattolo, così io e mio fratello restammo svegli ad aspettarlo.

Vani furono i rimproveri e i tentativi di nostra madre di mandarci a letto, visto che il giorno dopo avevamo scuola. Noi volevamo vedere quel famoso computer di cui tutti parlavano ma che, nel 1997, pochi avevano in casa.

Quella sera, dopo averlo montato e acceso, andammo a letto tardissimo.

La mattina dopo la maestra mi trovò addormentato sul banco. Mi chiese perché avessi fatto così tardi e io le risposi:

“Mio papà ha comprato il computer!”

Quattro milioni di vecchie lire per case, tastiera, mouse, monitor a tubo catodico, scheda audio Sound Blaster e casse.

Il mio primo approccio con queste scatole, in realtà, risaliva a qualche anno prima. Mio zio faceva il geometra e nel suo studio in centro aveva un computer su cui, per far partire i programmi, dovevi scrivere delle lettere bianche su uno sfondo nero.

Non è che ci fosse molta roba da far girare, a quei tempi. Il massimo del divertimento erano il Solitario, Campo minato e Word, dove potevi scrivere quello che volevi sullo schermo e cancellarlo quante volte volevi.

Ho sempre avuto la passione di picchiettare sui tasti e di scrivere qualcosa nero su bianco. Ricordo quando mio padre mi portò in visita a Sigonella, in Sicilia, dove lavorava un altro mio zio. Dopo aver ammirato uno splendido aereo quadrimotore, passai il resto del tempo a scrivere sulla macchina da scrivere, fino a farne inceppare i tasti.

Ma torniamo al nostro computer.

In quegli anni MS-DOS, Windows 95 e poi il magnifico Windows 98 dominavano il mercato dei PC. Dovevi procurarti i floppy disk – più tardi i CD – e solo allora potevi finalmente installare il sistema.

Se mio fratello stava al PC solo per giocare, io dovevo capire come funzionava. Mi mettevo lì, nelle impostazioni, e cambiavo ogni cosa, fino a rischiare di rompere tutto.

Ma, come si dice, sbagliando si impara. E io dai miei errori imparai un sacco.

Così diventai il genietto di casa per qualsiasi cosa riguardasse il PC.

Da quelle prime smanettate capii che il computer poteva fare qualcosa in più. Solo che non sapevo ancora cosa.

Ci volle qualche anno perché gli astri si allineassero.

Fu un mio cugino di secondo grado, di Roma, a darmi un libro: Visual Basic, con tanto di CD.

“Cos’è?” gli chiesi.

“Questo ti insegnerà a programmare. A creare i programmi da installare sul PC.”

Mi si aprì un mondo. Su quella macchina potevo creare qualsiasi cosa volessi.

Iniziai con cose stupide, come un pulsante che faceva aprire delle finestre, fino ad arrivare al programma che mi costò tantissime notti di sviluppo.

La tombola.

Vedere i numeri estratti a caso finire in ordine sul tabellone che avevo creato io era una soddisfazione incredibile.

Era come costruire una sedia partendo dal legno: tagliare i pezzi, levigarli, incollarli, verniciarli e poi vedere che, quando qualcuno ci si siede, non si rompe. E ci sta pure comodo.

Programmare è proprio questo: la sensazione di realizzare qualcosa da zero, con il tuo sforzo, con il tuo ingegno, con il tuo sudore.

La programmazione mi ha accompagnato per tutta la vita: quella software e quella hardware, con le varie schede elettroniche programmabili, dai microchip ad Arduino.

Oggi però la programmazione ha subito un cambiamento epocale.

Quella sedia, oggi, si può costruire anche senza aver mai preso in mano una sega.

Se prima scrivere codice era riservato a pochi, oggi è una commodity. Tutti possono programmare – o meglio, creare un programma – semplicemente descrivendo quello che hanno in testa.

L’intelligenza artificiale generativa, la generative AI, ha permesso a chiunque di scoprire cosa significa creare qualcosa di suo senza saper scrivere una riga di codice.

Quando, a fine 2022, OpenAI ha lanciato ChatGPT, nessuno capiva bene cosa potesse fare. Potevi chattarci, aveva sicuramente una conoscenza molto più vasta di quella di Google, potevi fargli scrivere dei testi.

Ma spesso quei testi li riempiva di cavolate spacciate per vere: le cosiddette allucinazioni.

Più passavano i mesi, però, più l’AI diventava utile. Potevi chiederle di sistemare pezzi di codice in cui non riuscivi a trovare il problema, o farti creare algoritmi per problemi che da solo non avresti mai risolto così in fretta.

A me, per esempio, è successo con il mio inverter fotovoltaico. Non riuscivo a farlo dialogare via seriale con una scheda simil-Arduino. ChatGPT mi ha aiutato e, dopo qualche botta e risposta, sono riuscito a sistemare il codice e a far funzionare qualcosa che da solo, forse, non sarei mai riuscito a fare.

C’è chi sostiene che l’AI ci atrofizzerà il cervello. Lo credo anch’io, ma solo se la usiamo senza criterio.

La calcolatrice ci ha atrofizzato il cervello? Il navigatore ci ha fatto perdere il senso dell’orientamento?

Forse sì. O forse ci hanno permesso di delegare il lavoro a qualcosa che lo fa meglio di noi, per arrivare comunque dove volevamo, tenendo sempre sotto controllo lo scopo e la visione finale.

C’è addirittura chi sostiene che ciò che crea l’AI non sia farina del nostro sacco. Che quella sedia, insomma, non sia più nostra. Ma io mi domando: e allora di chi è?

Se per progettare una casa usiamo un software che fa i calcoli al posto nostro, la casa l’ha progettata il software? Nessuno lo direbbe.

Così come nessuno direbbe che un messaggio su WhatsApp non l’abbiamo scritto noi, solo perché il telefono ci ha suggerito la parola successiva.

L’AI è solo un mezzo per amplificare mille volte la nostra produttività e, come ogni strumento, va usata nel modo giusto.

Dobbiamo abituarci a non scrivere più il codice e a non andare a guardare, una per una, le righe che scrive l’AI. Così come ci fidiamo del navigatore senza controllare la cartina a ogni incrocio. Quello che dobbiamo fare, invece, è guidarla nella direzione che vogliamo noi.

E soprattutto non dobbiamo spegnere il cervello. Dobbiamo accenderlo ancora di più, per creare cose che oggi non esistono.

Quel mondo che a me aprì un libro di Visual Basic, oggi può aprirsi per chiunque.

Farina del nostro sacco, con l’aiuto dell’AI.

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